Lettera mai spedita
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                         Carissimi, non sono mai venuta a trovarvi in cimitero , a vedere le vostre lapidi vicine , a portarvi dei fiori, ma so che voi carissimi sapete ugualmente che vi ricordo sempre . Sapete anche che il posto che avete occupato nel mio cuore non verrà mai preso da nessuno, il ricordo che ho di voi e’ sempre vivo in me. Avete trascorso assieme più di 60 anni della vostra vita, amandovi. Ricordo te carissima che hai trascorso i tuoi ultimi anni in un letto. Ricordo i pianti che facevi tu, credendo di avermi offesa in qualche maniera, ed io tenendoti la mano piangevo con te. Quando ancora stavi bene ti sedevi su una poltrona dietro la finestra e quando passavo di li, da bambina, alzavo sempre il braccio per salutarti e tu ricambiavi il saluto. Ma un giorno non c’eri più, dietro la finestra, eri in camera nel tuo letto che non lasciasti più per 5 anni, non potevi, le gambe non ti reggevano più. Un giorno quando lavoravo lontano da casa arrivò una tremenda telefonata, ti eri aggravata, il cuore cominciò a battermi forte, le parole erano soffocate dal pianto, dovetti interrompere la comunicazione e partii sperando di ritrovarti ancora viva. Quando arrivai al tuo capezzale eri ancora viva, ma non parlavi, ti presi la mano e una lacrima scivolò dai tuoi occhi, il cuore mi si strinse, uscii, non volevo farmi vedere piangere. Per tornare al lavoro il mattino dopo ripartii, venni a salutarti ma tu dormivi, era l’ultima volta che ti vidi viva. Mentre lavoravo, il mio pensiero fisso era su di te ed avevo il cuore a pezzi. Dopo 2 giorni il telefono risuonò, capii subito cosa era successo, non riuscii più a parlare. Te ne eri andata per sempre e non ero con te nell’ultimo istante della tua vita. Volevo essere almeno presente per l’ultimo saluto prima che chiudessero la bara, ma per una serie di impedimenti non riuscii ad arrivare in tempo. Salii le scale e trovai la tua bara ormai chiusa. La disperazione di quel momento la ricordo come fosse ora. Mi dissero che era meglio così perché ti avrei ricordata come quando eri viva, ma ti giuro non sono mai riuscita a perdonarmi per non essere arrivata in tempo. Ora quando sono a piedi e passo davanti casa tua guardo la finestra con la sensazione di vederti ancora, ma non ci sei più, te ne sei andata in quel triste giorno di fine settembre del 1983. E tu carissimo, come si può dimenticarti, una persona come te nasce ogni 100 anni. Dire che eri buono, bravo, gentile e’ superfluo perché chiunque lo sapeva. La tua vita era la pittura, eri bravissimo nel tuo lavoro, eri un’artista e per questo hai ricevuto delle onorificenze. Pensare alla tua dolce persona mi si stringe il cuore, facevi tenerezza. Eri sempre pronto a correre ogni volta che qualcuno della mia famiglia stava male, venivi a casa mia anche 4-5 volte in un giorno. Quando arrivavi per berti un caffè me ne lasciavi sempre un goccio, era un momento meraviglioso e ci raccontavi di cose che noi non abbiamo vissuto. Ricordo i tuoi sorrisi, le tue risate per i cartoni animati, il tamburellare nervoso delle tue dita fischiettando con aria assente. Ti ricordo con la bicicletta in una mano e non ho mai capito il perché tenevi la bicicletta per mano quando invece potevi salirci sopra. Quando e’ morta tua moglie eri a pezzi e cercavi di consolare i tuoi figli, quando tu soffrivi quasi più di loro. Eri rimasto solo dopo tantissimi anni di vita in comune, poi poco alla volta ti sei lasciato andare, non ti sentivi più utile. Ricordo che quando lavoravo lontano, a Natale mi mandasti (per due volte ) gli auguri scritti su un cartoncino dipinto da te, erano due scorci del mio paese e scrivesti che data la lontananza mi sarei sentita più vicina a casa. Poi ritornai a casa perché trovai lavoro qui e oggi custodisco gelosamente quei 2 disegni che per me hanno un’importanza assoluta. Quando cominciasti a non reggerti più tanto con le tue gambe io venivo a trovarti, si lo so, hai ragione, molto raramente ma lo facevo per pigrizia e non per cattiveria e questo mi fa sentire male anche oggi. Mi sono pentita perché con te avrei passato molto più tempo ma ora il pentimento non ha più valore, dovevo accorgermene prima ormai e’ troppo tardi. Quelle poche volte che venivo, mi raccontavi di quando eri giovane, della guerra, di come avevi conosciuto una bresciana che divenne poi tua moglie, di quando dipingevi le chiese, dei tuoi bei quadri di paesaggi stupendi e ti rattristavi quando capivi che non avresti più potuto dipingere, ma mi promettesti che una volta guarito mi avresti fatto un quadro, un vaso pieno di fiori e dicesti: - Tutto per te, prima di morire. Mentre mi parlavi mi nascondevo gli occhi che piangevano sapevo che non avresti potuto farlo e ti dissi di non preoccuparti perché saresti vissuto fino a 100 anni e per quel giorno avremmo fatto una bellissima festa. Ora quel quadro e’ dipinto dentro il mio cuore. Ma e’ triste la vita, dopo un paio di mesi nel giro di quindici giorni sei peggiorato consumandoti come una candela ed un venerdì sera ti aggravasti. Eravamo tutti al tuo capezzale, povero caro come soffrivi. Eri in coma, steso nello stesso letto dove tre anni prima  morì tua moglie. La vita era finita anche per te. Te ne andasti in silenzio per paura di disturbare ed anche tu lasciasti un gran vuoto in me. Mi sono sempre detta, che sarebbe il massimo avere anche solo in parte, il carattere, la bontà, la gentilezza e tutte le tue qualità. Era vicino il Natale del 1986 e in chiesa, piena di gente, si celebrava il tuo funerale. Ora siete assieme vicini nella tomba, perché tua moglie diceva :- Quando saremo morti e ci sarà il temporale prendimi per mano, così non avrò più paura! Camminate ancora assieme mano nella mano nei prati del cielo, qualche volta guardate giù, sappiate che fino a quando avrò vita non vi scorderò mai, sarete sempre vivi in me, nel cuore nella mente, e un giorno ci ritroveremo di nuovo assieme. Carissimi Palmira ed Emilio eravate due grandissime persone.   Ciao nonni cari Vostra nipote Milena  
SOLIGHETTO 16/01/1990
Stemma dei Fontana
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